Vai al contenuto
LaboratorioAcquaIl libro guida dell'acqua
Guida pilastroCapitolo 1.20· 18 min di lettura

Acque reflue e scarichi: analisi e normativa

Guida completa: analisi acque reflue. Cosa controllare, valori limite, come leggere i risultati. A cura della redazione tecnica di LaboratorioAcqua.

A cura di Redazione LaboratorioAcqua · Revisione tecnica: Dott. Francesco Cavallari - Direttore Tecnico (Ordine Chimici Roma n. 3127)

Risposta rapida

L’analisi delle acque reflue è l’insieme delle prove di laboratorio che misurano il carico inquinante di uno scarico prima che venga immesso in fognatura, in un corpo idrico superficiale o sul suolo. Serve a verificare la conformità ai limiti di emissione fissati in Italia dal D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale). I parametri tipici sono organici (COD, BOD5), solidi sospesi, nutrienti (azoto, fosforo), tensioattivi, metalli e microbiologici. Il risultato è affidabile solo con un campionamento corretto e prove eseguite da un laboratorio accreditato.

In breve

  • L’analisi delle acque reflue misura in laboratorio il carico inquinante di uno scarico e ne verifica la conformità ai limiti di emissione previsti dalla legge, in base al recettore (fognatura, acque superficiali o suolo).
  • Il quadro normativo di riferimento in Italia è il D.Lgs. 152/2006 (Parte Terza del Testo Unico Ambientale), non la normativa sull’acqua potabile: sono ambiti distinti.
  • I parametri tipici sono il carico organico (COD, BOD5), i solidi sospesi, i nutrienti (azoto, fosforo), i tensioattivi, i metalli e gli indicatori microbiologici.
  • Il set di parametri va scelto sull’origine dello scarico: un refluo civile e uno scarico industriale hanno profili molto diversi.
  • Il campionamento è decisivo: istantaneo o medio composito, con contenitori idonei e consegna rapida. Un prelievo scorretto invalida l’intero esito.
  • La conformità si valuta confrontando ogni valore con il limite della tabella pertinente dell’Allegato 5 alla Parte Terza; i limiti esatti sono fissati dalla norma e possono essere resi più severi da regolamenti locali.
  • In caso di superamento sono previste sanzioni: la reazione corretta è individuare la causa, correggere il trattamento e rianalizzare.
  • Affidarsi a un laboratorio accreditato dà ai risultati metodi normati e valore riconosciuto davanti alle autorità di controllo.

Questa è la guida pilastro di LaboratorioAcqua dedicata all’analisi delle acque reflue e degli scarichi: cosa si misura, come funziona la normativa, come si campiona, come si legge il referto e cosa fare quando un valore supera il limite. È il punto di partenza del cluster: da qui puoi approfondire la guida generale sulle acque reflue, il dettaglio della normativa (D.Lgs. 152/2006) e i problemi più comuni di uno scarico non conforme.

Che cosa sono le analisi delle acque reflue

Le analisi delle acque reflue sono l’insieme delle prove di laboratorio che quantificano il carico inquinante di uno scarico, cioè quanta sostanza organica, quanti solidi, nutrienti, metalli e microrganismi contiene l’acqua che un’attività o un insediamento restituisce all’ambiente o immette in fognatura. Traducono in dati oggettivi la domanda "questo scarico rispetta i limiti di legge?".

A differenza dell’analisi dell’acqua potabile, che verifica se un’acqua è idonea a essere bevuta, l’analisi di un refluo verifica il contrario: quanto è "sporca" l’acqua e se il suo carico inquinante rientra nei valori consentiti prima di essere scaricata. Sono due mondi normativi separati, con parametri, limiti e finalità diverse. Chi cerca il confronto tra i due aspetti lo trova nella pagina acque reflue e potabile: quando si può bere.

Un’acqua reflua non si giudica da un singolo numero, ma da un profilo di parametri. Ognuno racconta una dimensione dell’inquinamento: il COD e il BOD5 descrivono il carico organico, i solidi sospesi la parte non disciolta, azoto e fosforo il potenziale di eutrofizzazione dei corpi idrici, i metalli e i microinquinanti il contributo specifico dei processi industriali. Il significato di ciascun parametro è approfondito nella pagina sui contaminanti dell’acqua.

Perché analizzare le acque reflue

Analizzare le acque reflue serve a rispettare la legge, proteggere l’ambiente e gestire correttamente l’impianto di depurazione. È un obbligo per chi è titolare di uno scarico autorizzato, ma è anche uno strumento tecnico: consente di verificare che il trattamento funzioni, di prevenire sanzioni e di documentare la qualità dello scarico davanti alle autorità di controllo.

Le ragioni sono sia giuridiche sia gestionali. Sul piano giuridico, chi scarica acque reflue industriali o civili fuori dalla pubblica fognatura deve possedere un’autorizzazione allo scarico, che prescrive quali parametri controllare e con quale frequenza. Le analisi periodiche sono la prova che lo scarico resta conforme nel tempo. Sul piano tecnico, i dati permettono di capire se il depuratore sta rimuovendo abbastanza carico o se un’anomalia sta facendo peggiorare la qualità in uscita.

Ci sono poi eventi che rendono l’analisi indispensabile: l’avvio di una nuova attività, una modifica del ciclo produttivo, l’ampliamento o la manutenzione dell’impianto di depurazione, il rinnovo dell’autorizzazione, oppure un’anomalia evidente (schiuma, colore, odore) nello scarico. Le situazioni tipiche in cui qualcosa non va sono raccolte nella pagina sui problemi comuni delle acque reflue.

Il quadro normativo: il D.Lgs. 152/2006

In Italia lo scarico delle acque reflue è disciplinato dal D.Lgs. 152/2006, il Testo Unico Ambientale. La Parte Terza e l’Allegato 5 stabiliscono cosa si intende per scarico, quali autorizzazioni servono e quali sono i valori limite di emissione in funzione del recettore. I limiti numerici sono fissati dalla norma e possono essere resi più severi da Regioni ed enti gestori.

Il principio di fondo è che ogni scarico deve essere autorizzato e rispettare limiti tanto più stringenti quanto più sensibile è il corpo recettore. La norma distingue in particolare fra scarico in acque superficiali, scarico sul suolo e scarico in rete fognaria, ciascuno con proprie soglie. Il dettaglio articolo per articolo, con la struttura delle tabelle, è trattato nella pagina dedicata alla normativa delle acque reflue (D.Lgs. 152/2006) e nel quadro dei valori di riferimento.

Va chiarito un punto che genera spesso confusione: il D.Lgs. 152/2006 riguarda gli scarichi, non l’acqua potabile. La qualità dell’acqua destinata al consumo umano è disciplinata da una normativa distinta e più recente, il D.Lgs. 18/2023 (che recepisce la Direttiva UE 2020/2184). Confondere i due ambiti è un errore frequente: i limiti di uno scarico non hanno nulla a che vedere con i requisiti di potabilità.

Le tre grandi famiglie di acque reflue

Non tutti gli scarichi sono uguali: la normativa e le analisi cambiano a seconda che il refluo sia domestico, industriale o urbano. Capire in quale categoria ricade il proprio scarico è il primo passo per definire i parametri da controllare, la tabella di limiti applicabile e la frequenza dei controlli richiesta dall’autorizzazione.

Le acque reflue domestiche provengono da insediamenti di tipo residenziale e da servizi, e derivano prevalentemente dal metabolismo umano e dalle attività domestiche. Il loro carico è essenzialmente organico e microbiologico e, per gli scarichi non allacciati alla fognatura, il trattamento tipico è la fossa Imhoff o un piccolo impianto a fanghi attivi. Le acque reflue industriali sono quelle scaricate da edifici o installazioni in cui si svolgono attività produttive: il loro profilo dipende dal processo e può includere metalli, oli, solventi, fenoli, tensioattivi e sostanze pericolose specifiche. Le acque reflue urbane sono la miscela di reflui domestici e industriali che confluisce nella pubblica fognatura e arriva al depuratore comunale.

La panoramica completa di queste categorie, con esempi e schemi di trattamento, è sviluppata nella guida generale sulle acque reflue.

Tipo di refluo Origine tipica Parametri più rilevanti
Domestico Abitazioni, uffici, servizi Carico organico (COD, BOD5), solidi sospesi, azoto, fosforo, microbiologia
Industriale Attività produttive Parametri del processo: metalli, oli, solventi, tensioattivi, fenoli, pH
Urbano Rete fognaria comunale Miscela dei precedenti; controllo su impianto di depurazione

Quali parametri si misurano

I parametri di un’analisi delle acque reflue si raggruppano in poche grandi categorie: indicatori del carico organico, solidi, nutrienti, parametri chimico-fisici, sostanze specifiche (metalli, tensioattivi, oli, solventi) e indicatori microbiologici. Il set concreto dipende dall’origine dello scarico e da ciò che prescrive l’autorizzazione: non tutti i parametri servono per tutti i reflui.

Gli indicatori del carico organico sono il cuore dell’analisi di quasi ogni refluo. Il COD (domanda chimica di ossigeno) misura l’ossigeno necessario a ossidare chimicamente la sostanza organica e inorganica ossidabile; il BOD5 (domanda biochimica di ossigeno a cinque giorni) misura la frazione biodegradabile, cioè quella che i microrganismi consumano. Il loro rapporto è un indice di trattabilità biologica: più il BOD5 è vicino al COD, più il refluo è "biodegradabile".

I solidi sospesi totali rappresentano la materia particellare non disciolta. I nutrienti, azoto (nelle sue forme: ammoniacale, nitrico, nitroso, totale) e fosforo, sono critici per gli scarichi in aree sensibili perché favoriscono l’eutrofizzazione dei corpi idrici. I parametri chimico-fisici come pH, temperatura, conducibilità e colore descrivono le caratteristiche di base dello scarico.

Nei reflui industriali entrano in gioco le sostanze specifiche: metalli (per esempio cromo, nichel, rame, zinco, piombo), determinati con tecniche di spettrometria; tensioattivi anionici e non ionici; oli minerali e grassi; solventi, fenoli e altre sostanze pericolose legate al processo. Il ruolo dei metalli nell’acqua è approfondito, sul versante potabile, nella pagina sui contaminanti dell’acqua. Infine, gli indicatori microbiologici come Escherichia coli sono richiesti in particolare per gli scarichi destinati al riutilizzo o recapitati in ambienti sensibili.

Scarico in acque superficiali, sul suolo o in fognatura

I valori limite di emissione cambiano a seconda di dove finisce lo scarico. Il D.Lgs. 152/2006, nell’Allegato 5 alla Parte Terza, distingue in particolare i limiti per lo scarico in acque superficiali e in fognatura (storicamente la Tabella 3) e quelli, più restrittivi, per lo scarico sul suolo (Tabella 4). Individuare il recettore corretto è indispensabile per applicare i limiti giusti.

Lo scarico in acque superficiali (fiumi, laghi, mare) e quello in pubblica fognatura condividono l’impianto tabellare di riferimento, ma con una differenza pratica importante: quando si scarica in fognatura, sopra il refluo agisce ancora il depuratore comunale, e per questo l’ente gestore può fissare limiti propri, in alcuni casi meno severi per certi parametri, in altri più severi. Lo scarico sul suolo è invece consentito solo in casi residuali ed è soggetto a limiti più stringenti, perché il terreno e la falda sottostante sono ricettori particolarmente delicati.

Questo significa che lo stesso refluo, con gli stessi valori misurati, può risultare conforme rispetto a un recettore e non conforme rispetto a un altro. È il motivo per cui l’analisi non basta da sola: va sempre letta insieme all’autorizzazione allo scarico e alla tabella applicabile. La struttura di dettaglio delle tabelle e dei valori è illustrata nella pagina sui valori di riferimento.

Il campionamento delle acque reflue

Il campionamento è la fase più delicata dell’intero processo: un prelievo scorretto produce dati inutilizzabili, anche con un laboratorio impeccabile. Per le acque reflue si distingue tra campione istantaneo, prelevato in un singolo momento, e campione medio composito, ottenuto raccogliendo aliquote su un intervallo di tempo per rappresentare lo scarico medio.

La scelta fra le due modalità dipende dallo scarico e da ciò che prescrive l’autorizzazione. Uno scarico continuo e stabile può essere rappresentato bene da un campione istantaneo; uno scarico variabile nel tempo, tipico di molti processi industriali, richiede in genere un campione medio composito, spesso riferito a un intervallo di alcune ore, per non "fotografare" un momento non rappresentativo. Il punto di prelievo deve essere accessibile e posizionato a valle del trattamento, in un tratto in cui lo scarico è ben miscelato.

Contano poi i dettagli operativi: contenitori idonei e puliti (sterili per la microbiologia), riempimento corretto, eventuale aggiunta di conservanti per specifici parametri, mantenimento del campione al fresco e consegna rapida al laboratorio, con una catena di custodia documentata. I principi generali del prelievo, validi anche per altri tipi di acqua, sono descritti nella guida al campionamento dell’acqua.

Come leggere il referto e valutare la conformità

Il referto di un’acqua reflua elenca, per ogni parametro, il valore misurato, l’unità di misura, il metodo di prova e, dove pertinente, il valore limite di riferimento. La conformità si valuta confrontando ciascun valore con il limite della tabella applicabile al proprio scarico: il parametro è conforme se resta entro la soglia, non conforme se la supera.

La lettura richiede attenzione a tre elementi. Il primo è l’unità di misura: la gran parte dei parametri chimici è espressa in mg/L, ma alcuni indicatori seguono scale proprie e la microbiologia si esprime in numero di unità formanti colonia per volume. Il secondo è il metodo di prova, che deve essere quello previsto per il parametro. Il terzo è la tabella di riferimento: lo stesso valore va confrontato con il limite corretto per il recettore (acque superficiali, fognatura o suolo). Le logiche generali di lettura di un referto valgono anche qui e sono spiegate nella guida su come leggere il referto delle analisi.

Ecco un esempio pratico. Un’officina scarica in pubblica fognatura e riceve un referto in cui il COD rientra nel limite, ma i tensioattivi e lo zinco lo superano. La lettura corretta non è "l’acqua è inquinata", ma: due parametri specifici, coerenti con l’attività (detergenti e lavorazioni metalliche), eccedono la soglia della tabella applicata dal gestore della fognatura. La conseguenza operativa è cercare la fonte di quei due parametri nel ciclo e nel pretrattamento, non rifare tutte le analisi da capo.

Cosa fare in caso di non conformità

Se un’analisi rivela il superamento di uno o più limiti, lo scarico è formalmente non conforme e questo può comportare conseguenze amministrative o penali. La reazione corretta non è nascondere il dato, ma gestirlo con metodo: verificare il risultato, individuare la causa del superamento, intervenire sul trattamento e documentare la correzione con un’analisi di controllo.

Il primo passo è tecnico: confrontarsi con il laboratorio per escludere anomalie di campionamento o di conservazione e confermare che il superamento sia reale. Il secondo è diagnostico: capire quale fase del processo o del depuratore ha generato l’eccesso (un carico anomalo in ingresso, un malfunzionamento dell’impianto, un pretrattamento insufficiente). Il terzo è correttivo: adeguare il trattamento, il pretrattamento o il ciclo produttivo. Le cause tipiche e le soluzioni pratiche sono raccolte nella pagina sui problemi comuni delle acque reflue.

Sul piano formale, il titolare dello scarico deve tenere conto degli obblighi previsti dall’autorizzazione e, nei casi più seri, degli aspetti sanzionatori del D.Lgs. 152/2006. Per questi profili è opportuno il supporto di un tecnico ambientale o di un consulente qualificato; le analisi eseguite da un laboratorio accreditato costituiscono la base documentale su cui impostare sia la correzione sia l’eventuale interlocuzione con l’autorità di controllo.

Ogni quanto analizzare le acque reflue

La frequenza dei controlli non è arbitraria: è stabilita dall’autorizzazione allo scarico in funzione del tipo di attività, della portata e del recettore. Può andare da controlli annuali per situazioni semplici a controlli trimestrali o più frequenti per scarichi industriali con parametri critici. A questa cadenza si aggiungono le analisi "a evento".

Le analisi a evento sono quelle che conviene eseguire indipendentemente dal calendario: all’avvio di una nuova attività o di un nuovo impianto di depurazione, dopo una modifica del ciclo produttivo, dopo interventi di manutenzione straordinaria, in vista del rinnovo dell’autorizzazione, o quando compare un’anomalia visibile nello scarico (schiuma persistente, colore, odore, torbidità insolita). In questi casi l’analisi serve a verificare che lo scarico sia tornato o rimasto conforme.

Un principio pratico: la frequenza andrebbe calibrata sul rischio. Uno scarico industriale con sostanze pericolose merita un monitoraggio più fitto di uno scarico civile a basso carico. Il piano di monitoraggio si costruisce quindi a partire dall’autorizzazione, ma può essere reso più prudente in base alla variabilità reale dello scarico osservata nei referti storici.

Domande frequenti

Cosa sono le analisi delle acque reflue?

Sono le prove di laboratorio che misurano quanto è inquinato uno scarico. Determinano parametri come COD, BOD5, solidi sospesi totali, azoto, fosforo, tensioattivi, metalli e indicatori microbiologici, per confrontarli con i limiti di emissione previsti dalla legge in base al recettore dello scarico (fognatura, acque superficiali o suolo).

Quale normativa regola le analisi delle acque reflue in Italia?

Il riferimento principale è il D.Lgs. 152/2006, la Parte Terza del Testo Unico Ambientale, che fissa i limiti di emissione per lo scarico in acque superficiali, in rete fognaria e sul suolo. Regolamenti regionali e regolamenti del gestore della fognatura possono aggiungere prescrizioni più severe rispetto ai limiti nazionali.

Quali parametri si misurano in un’acqua reflua?

Dipende dall’origine dello scarico. In un refluo civile si valutano soprattutto il carico organico (COD, BOD5), i solidi sospesi, l’azoto e il fosforo. In uno scarico industriale si aggiungono i parametri specifici del processo: metalli, oli minerali, solventi, tensioattivi, fenoli e altre sostanze pericolose, secondo quanto prescrive l’autorizzazione.

Che differenza c’è tra COD e BOD5?

Il COD (domanda chimica di ossigeno) misura l’ossigeno necessario a ossidare chimicamente tutta la sostanza organica e inorganica ossidabile. Il BOD5 misura l’ossigeno consumato dai microrganismi in cinque giorni, cioè la frazione biodegradabile. Il loro rapporto indica quanto un refluo è trattabile con un impianto biologico convenzionale.

Come si preleva un campione di acqua reflua?

Serve un punto di prelievo accessibile a valle del trattamento. A seconda dello scarico si esegue un campione istantaneo o un campione medio composito su un intervallo di tempo. Contenitori idonei, eventuali conservanti, conservazione al fresco e consegna rapida al laboratorio sono decisivi: un prelievo scorretto falsa l’intero esito.

Cosa succede se lo scarico supera i limiti?

Uno scarico non conforme espone a sanzioni amministrative o penali e può portare alla sospensione dell’autorizzazione. La prima mossa è verificare con il laboratorio il dato e il campionamento, individuare la causa del superamento e intervenire sul trattamento o sul pretrattamento, ripetendo poi un’analisi di controllo per documentare il rientro nei limiti.

Ogni quanto vanno analizzate le acque reflue?

La frequenza è stabilita dall’autorizzazione allo scarico e dal tipo di attività: può essere trimestrale, semestrale o annuale, più intensa per gli scarichi industriali. Va comunque ripetuta dopo modifiche al ciclo produttivo, interventi sull’impianto di depurazione o in caso di anomalie visibili nello scarico.

Un’acqua reflua depurata può diventare potabile?

No, non con i comuni processi di depurazione degli scarichi, pensati per ridurre il carico inquinante prima dell’immissione nell’ambiente, non per rendere l’acqua idonea al consumo umano. La potabilità è disciplinata da una normativa diversa (il D.Lgs. 18/2023) e richiede requisiti molto più stringenti. Il tema è approfondito nella pagina acque reflue e potabile.

Chi deve far analizzare le acque reflue?

Il titolare dello scarico: aziende, attività artigianali e commerciali, insediamenti civili non allacciati alla fognatura pubblica e gestori di impianti di depurazione. L’obbligo e le modalità dipendono dall’autorizzazione allo scarico rilasciata dall’autorità competente per il territorio.

Serve un laboratorio accreditato per le analisi degli scarichi?

È fortemente consigliato e spesso richiesto: un laboratorio accreditato applica metodi normati e produce referti tecnicamente riconosciuti dalle autorità di controllo. Questo dà valore ai risultati in caso di verifiche, contestazioni o rinnovo dell’autorizzazione allo scarico.

In sintesi

L’analisi delle acque reflue misura il carico inquinante di uno scarico e ne verifica la conformità ai limiti di emissione del D.Lgs. 152/2006, in funzione del recettore. Il percorso corretto è: partire dall’autorizzazione allo scarico, scegliere i parametri sull’origine del refluo, curare il campionamento, leggere il referto rispetto alla tabella giusta e, in caso di superamento, individuare la causa e correggere il trattamento.

Se devi impostare il controllo del tuo scarico, il modo migliore per costruire una richiesta corretta è avere sotto mano l’autorizzazione allo scarico e sapere qual è il recettore: da lì si definiscono parametri, frequenza e tabella applicabile. Per orientarti nel cluster puoi partire dalla guida generale sulle acque reflue e dall’hub sull’analisi dell’acqua, poi confrontare il tuo caso con la normativa. Quando hai chiaro il quadro, puoi richiedere l’analisi descrivendo l’attività, il tipo di scarico e i parametri prescritti: il laboratorio ti aiuta a definire il piano di prova adeguato.

Costruisci la richiesta giusta

Ti consigliamo il controllo «Acque Reflue e Scarichi». Richiedi un preventivo gratuito e senza impegno.

Richiedi analisi Vedi cosa include il pacchetto Acque Reflue e Scarichi